Le ricette della Signora Toku

Un film di Naomi Kawase. Durata 113 minuti.

Sentaro cucina dolci tipici in un chiosco di città, per ripagare un debito a vita. La sola compagnia che tollera è quella di una ragazzina senza mezzi, cui regala i pancakes non perfettamente riusciti. Un giorno, una vecchia signora di nome Toku si presenta da lui in cerca di un lavoro.

La sua confettura di fagioli rossi è la più deliziosa che Sentaro abbia mai assaggiato, ma le sue mani sono sfigurate da una vecchia malattia, che l’ha tenuta lontana dalle altre persone per tutta la vita. Nello spazio di pochi metri e pochi giorni, i tre si regalano a vicenda la prospettiva che era stata loro negata fino a quel momento.
La Kawase si cimenta per la prima volta nell’adattamento letterario e la carta le rimane incollata alla dita, impedendole di librarsi come altrove nel suo cinema. I personaggi, per quanto indovinati, restano stretti nei loro ruoli-funzione, lasciando la sensazione che, liberati dal giogo della trama, avrebbero potuto dare di più. Solo apparentemente larga e comoda, come il cuscino che la vecchia signora cuce per scaldare le pause dal lavoro, la trama di An è in realtà una scatola stretta, come la cucina del chiosco di dorayaki, come la gabbia del canarino, che si chiude progressivamente fino ad identificarsi col rapporto sfiorato tra una madre che non è mai stata tale e un figlio che non ha fatto in tempo ad esserlo, con la loro comunicazione fuori tempo massimo, oppure appena in tempo. La stretta della narrazione coincide con la svolta tematica che ammorba la seconda parte del film, farcendola di una retorica del primigenio, che è da sempre una nota chiave della poetica della regista, ma qui si confonde, mescolando naturale con spontaneo, ingenuo, persino banale. Prima, mentre i personaggi prendevano posto nel quadro, quando era ancora tutto possibile, la Kawase mostrava invece quel che sa fare quando vuole, come sa filmare, facendoci sentire il profumo dei fagioli Azuki che ribollono nella pentola e il sapore totalmente differente di un dolce fatto per lavoro e di un lavoro fatto per dolce piacere.
Sotto le inquadrature insistite degli alberi di ciliegio, meraviglia naturale e gloria nazionale, si respira un’aria d’apertura ad un cinema più spendibile ma anche meno personale, nel solco di Poetry e A Simple Life, ma con un racconto ben più esile per fondamenta. Questa semplicità, che nel miglior cinema della giapponese si traduce in precisione e leggerezza, in solida essenzialità, qui non trova il giusto dosaggio nel mescolarsi con il tono fiabesco e l’esigenza drammatica. Forse Naomi Kawase cercava il gusto insolito, ma non ha avuto il coraggio di salare il dorayaki anziché zuccherarlo.